Se l’informazione diventa a pagamento. Scenari del web che verrà.

Se l’informazione diventa a pagamento. Scenari del web che verrà.

Cosa può accadare se la News Corporation di  Rupert Murdoch decidesse di andarsene da Google per riapparire nei motori Bing di casa Microsoft? Quali potrebbero essere gli scenari per l’informazione online e i nuovi equilibri del web? Proviamo a dare una risposta.

La notizia che Rupert Murdoch abbia intenzione di far uscire la sua News Corporation da Google è apparsa la prima volta il 9 novembre scorso in un sito di informazione Australiano specializzato su media e marketing. Da allora si è scatenato un vero e proprio polverone mediatico non solo nel web ma anche nella carta stampata perchè, a ben vedere, questa clamorosa decisione coinvolgerebbe tutto il mondo dell’informazione, dentro e fuori il web stesso.

La News Corporation è infatti uno dei primi quattro gruppi mediatici degli Stati Uniti e del mondo. Nel nostro paese è solo dietro Mediaset ma detiene il monopolio della pay-tv nella televisione via satellitare. La sua influenza è quindi assolutamente rilevante in tutto il mondo e solo una breve lettura dei quotidiani, riviste, studi cinematografici, canali televisivi, stazioni radio e siti internet (tra i quali MySpace) che detiene, farebbe comprendere meglio la sua importanza mediatica.


Se i soldi non ci sono e la baracca non stà in piedi, bisogna cambiare.


La vicenda ruota tutto attorno alle difficoltà degli editori nel reperire i fondi necessari al sostentamento delle testate giornalistiche online. Non è certo un mistero che oggi il web si sia abituato a vivere nel free anche laddove nella realtà di tutti i giorni si sarebbe dovuto pagare. Sfogliare riviste o giornali gratuitamente invece che pagare comprandole in edicola è certamente un bel vantaggio, anche perchè i siti si aggiornano quotidianamente fornendo sempre nuove notizie, mentre la rivista spesso deve parlare al passato sopratutto se consideriamo i tempi velocissimi della tecnologia e in special modo di internet.

La crisi economica ha aggravato ulteriormente il crollo del settore dell’editoria. Secondo Murdoch il modello attuale non funziona ed il solo ricavo pubblicitario non è, nè sarà mai, sufficiente per saldare i bilanci in rosso delle testate online e degli ingenti costi che una redazione professionale può avere. Da qui è nata l’idea di concedere l’ accesso ai contenuti dei propri giornali online solo a pagamento e attraverso l’utilizzo di uno speciale dispositivo portatile wireless; un pò per come accade già da tempo in America con il lettore ebook ”Kindle” lanciato nel 2007 da Amazon.


Lo scontro e la paventata uscita di scena da Google


L’idea ovviamente non è piaciuta a Google, accusata senza mezzi termini di essere un vampiro succhianews, che attraverso un suo portavoce, ha semplicemente fatto notare che gli editori quando mettono online i loro contenuti è perché vogliono che vengano comprensibilmente trovati dagli internauti, aggiungendo che uscire dal motore di BigG è una procedura semplice, veloce e che comunque basta chiederlo. Quel che forse Murdoch ignora è che secondo un gruppo di analisti, Google e Google News veicolano al Wall Street Journal la quantità maggiore di traffico che si assesta intorno al 44% degli accessi ricevuti.

A questo dato Jonathan Miller, chief digital officer della News Corp, ha risposto in questi termini: “Il traffico che proviene da Google porta con sé un consumatore che al massimo legge un articolo e poi lascia il sito. Si tratta di un traffico non particolarmente profittevole. L’impatto derivante dal non essere indicizzati da Google non è così devastante come si crede. Sopravviveremo ugualmente”.
Non vedendo quindi come poter trasformare in utili questo immenso flusso di connessioni a i propri contenuti, la NewsCorp presto potrebbe quindi decidere di abbandonare Google e di dirigersi magari dal concorrente Bing, innalzando gli indici e la popolarità di quest’ultimo e magari trascinandosi dietro anche tantissime altre importanti realtà editoriali (si vocifera interessata la Associated Press) che abbraccerebbero volentieri il nuovo modello pay per view abbandonando quello tutto free di Google.


Due filosofie, due modelli di business, un solo mercato.


Si delinea quindi quella che a tutti gli effetti sembra una sorta di “guerra del search” tra una filosofia open e una gratuita, una chiusa e una a pagamento. Il business product manager di casa Google, Josh Cohen in un recente intervento in merito, oltre ad affermare che a Mountain View saranno flessibili ai cambiamenti del mercato (vedi più sotto) e che questa vicenda non sarà vissuta come una catastrofe, ha anche avvertito gli editori in procinto di cambiare modello di business che “Se inizierete a far pagare allora aspettatevi meno traffico, oltre al fatto che i vostri competitor si riveleranno particolarmente entusiasti nel raccogliere quello che avete fatto cadere sulla strada“.

Già perchè se il search, dopo questa vicenda, si dividerà ancora di più da come è assestato oggi (Google al 65% e Bing al 10% ma in crescita) allora potremmo vedere in futuro Bing fornire solo quasi esclusivamente news giornalistiche a pagamento lasciando poco spazio al free, e Google fornire invece meno news giornalistiche (dipende dagli editori che decideranno di restare gratuiti) e più spazio al free e quindi a tutti coloro che fino ad oggi sono sempre rimasti soffocati dalla potenza mediatica dei colossi dell’informazione.


Quando le guerre e gli scontri possono portare ad un mondo migliore.


Forse quindi non tutti i mali vengono per nuocere, la fuga di Murdoch da Google potrebbe portare al navigatore più scelta, più concorrenza e più innovazione: scelta di decidere dove e come reperire le proprie news e la loro qualità; concorrenza in un mercato tecnologico che troppo spesso finisce sotto monopolio e innovazione per cercare di imporre il proprio modello e veicolare così gli utenti a fruire dei propri servizi.

Proprio per questo Microsoft è pronta ad investire in un nuovo standard chiamato Automated Content Access Protocol che permetterà ad autori ed editori di dettare le proprie condizioni e termini d’uso ai motori di ricerca, mentre dal quartier generale Google, dove regna la serenità (al limite dell’indifferenza), hanno fatto sapere che si stanno cercando delle soluzioni per portare Google News ad un livello più avanzato di come è oggi, che possa cioè garantire al tempo stesso, alla testata di vendere i propri contenuti e al lettore di trovare esattamente le informazioni che stava cercando.

E questa, probabilmente, sarà la vera risposta di Google a Murdoch e a chi deciderà di abbracciare il pay per view.
Il nuovo modello che per comodità chiamiamo “Google News Premium” permetterà ai navigatori di leggere dalle fonti pay per view solo l’headline dell’articolo che però potrà essere letto nella sua interezza solo provvedendo ad un pagamento. D’altra parte il concetto di “free” non significa necessariamente “gratis” e se anche modelli gratuiti di simulazione sportiva come Hattrick da anni permettono ad un gruppo di sviluppatori di sostenersi riscuotendo un vasto successo planetario, forse sarebbe bene chiedersi se sia giusto offrire all’utente una base gratuita e solo le funzioni avanzate a pagamento.  Google che da tempo ha adottato questa politica con alcuni dei suoi servizi online, pare disposta a seguire questa strada e a ben vedere sembra, ancora una volta, la scelta migliore.


Alcune reazioni alla videnda: Mashable e Twitter


Generalmente le reazioni del pubblico in questi casi non sono mai entusiaste. Capire le logiche imprenditoriali dietro ad una decisione d’assesto economico di un’azienda non è una competenza che si richiede al consumatore, il quale da par suo potrebbe invece trovasi d’un tratto col dilemma se dover pagare o meno qualcosa che ha sempre letto con piacere e che fino a ieri aveva gratis.
La rete come sappiamo è fatta di contenuti ed è sempre stata in larga maggioranza gratuita e fruibile liberamente ma è anche vero che nessuno, compresi gli stessi consumatori, vorrebbero lavorare senza essere pagati. Per questo è necessario pensare a nuovi modelli di business come afferma con forza Ben Parr su Mashable o come ha dichiarato il co-fondatore di Twitter Biz Stone: “bisognerebbe guardare a questo come un’opportunità di creare qualcosa di radicalmente nuovo che porti tanto denaro pur rimanendo aperti piuttosto che qualche denaro e ridocolosamente chiusi“.
Gianluca Storani@Giast.com

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