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Memoria e Territorio | Scrittori e Autori

Intervista a Tamara Lavaggi, autrice de “La casa del gelso”: memoria, radici e territorio

DiGianluca Storani 18 Giugno 20262 Luglio 2026

La memoria è tesoro e custode di tutte le cose.

cicerone

Quando Tamara Lavaggi mi ha contattato la prima volta per chiedermi di utilizzare una mia fotografia come copertina del suo libro, ne sono stato davvero molto felice. Non soltanto per la scelta dell’immagine in sé, ma perché, in fondo, ho percepito nelle sue parole una sincera sintonia tra il suo lavoro di scrittura e il mio di fotografo, entrambi protesi a raccontare il territorio e le sue storie.

Il libro “La casa del gelso” nasce dalla volontà della scrittrice di custodire e tramandare le memorie della sua famiglia di origine, le cui vicende attraversano le epoche, riportando alla luce storie, luoghi e persone che rischierebbero altrimenti di essere dimenticati. Un viaggio tra ricordi privati e memoria collettiva, in un’Italia che non c’è più, nel quale il territorio coi suoi paesaggi non è solo un semplice sfondo, ma parte integrante delle vite dei protagonisti.

Ringrazio perciò l’autrice di questo splendido libro di ascolto e ricerca per la disponibilità e la gentilezza con cui ha accettato di rispondere ad alcune delle mie domande. L’intento non era solo porre qualche domanda, ma offrire spunti di riflessione, visione e prospettiva sul tema. Quanto a me, sono davvero grato di fornire i miei scatti per impreziosire opere come questa, che rientra perfettamente nel mio claim col quale più di 10 anni fa inziai questa avventura: storie, immagini, emozioni.

Buona lettura,
Gianluca


Per iniziare, ci racconti qualcosa del suo libro e di come ha scelto questa foto.

Ci sono fotografie che si scelgono. E poi ci sono fotografie che semplicemente ti chiamano. Quando ho visto questo casolare, con la sua porta rossa, l’albero accanto e quel campo perfettamente arato che li abbraccia, non ho avuto esitazioni: la copertina del mio libro doveva essere questa. Ho avuto la sensazione che questa foto contenesse, in un’unica immagine, l’anima della storia che stavo raccontando. E’ la storia della mia famiglia materna, mezzadri marchigiani dell’entroterra di Pesaro; descrive un mondo ruvido, talvolta spietato ma col sapore di buono, dove la solidarietà, il coraggio e la speranza sono i valori di un’umanità che crede ancora in se stessa. Quella casa sola nel campo non è solo una casa. È un rifugio, una radice, una promessa di ritorno. La porta rossa è un invito a entrare, ad ascoltare le voci e le storie di chi ha abitato quella terra. E quell’albero, saldo accanto al casolare, mi ricorda le donne e gli uomini del mio libro: capaci di piegarsi al vento senza mai spezzarsi. Per questo non ho scelto quella fotografia. È stata lei a scegliere me.

Spesso a rimanere nella storia e nella memoria collettiva sono i grandi eventi e i personaggi più noti. Molto più raramente troviamo le vite delle persone comuni che quegli eventi li hanno attraversati, vissuti e talvolta purtroppo anche subiti. Il suo libro restituisce voce proprio a uomini e donne che, mentre conducevano la loro esistenza quotidiana, erano anche testimoni della Storia, quella con la S maiuscola. Quanto è importante, secondo lei, conservare e tramandare queste memorie affinché non vadano perdute?

Direi che lo considero indispensabile. Non a caso ho aperto il mio libro con una citazione di Cicerone “La memoria è tesoro e custode di tutte le cose.”. Queste memorie rappresentano le nostre origini e costituiscono un elemento fondamentale della nostra identità. Il libro è abitato da uomini temprati dalla fatica, indissolubilmente legati alla terra, coraggiosi, instancabili, giusti, con valori elementari ma fortissimi, donne generose e solide che semplicemente facevano quello che c’era da fare, bambini genuini costretti a perdere troppo in fretta la loro ingenuità. Attraverso le loro esperienze e le loro narrazioni autentiche riprendono vita vividi spaccati di storia del Novecento vissuti sulla pelle. Custodire e tramandare queste memorie significa non dimenticare da dove veniamo e riflettere su cosa è veramente importante.

Infatti nel suo racconto la memoria individuale si intreccia inevitabilmente con quella collettiva. C’è un episodio, una vicenda o una figura della sua famiglia che, più di altre, le è sembrata capace di parlare non solo della sua storia personale, ma anche di quella di un’intera generazione?

Sicuramente una figura chiave è stata mia madre che a tutti gli effetti ha scritto questo libro insieme a me, riempiendo pagine fitte di quaderno con ricordi ancora vivissimi. Mi ha sorpresa come riuscisse a ricordare così tanti dettagli della sua infanzia, con così tanta precisione. Si è messa a nudo raccontando la sua vita e le sue emozioni trasportandoci inizialmente tra le piante di ginestre di San Teodoro (Macerata Feltria), fino all’ostile altopiano calcareo del Carso, dove suo padre, giovanissimo, si trova a combattere in prima linea nella Grande Guerra, per poi riportarci negli appezzamenti devastati dalla mancanza di manodopera del primo dopoguerra, quindi tra i clamori delle rivolte contadine, l’avvento del fascismo, la Seconda Guerra Mondiale e infine a Genova, dove la famiglia mano a mano è costretta ad emigrare. Se poi vogliamo citare un episodio che definirei molto tenero, ricordo che una sera, mia madre si stava apprestando a leggere a mio figlio, che all’epoca avrà avuto quattro o cinque anni, la favola della buonanotte e istintivamente cominciò a raccontargli episodi della sua infanzia e della dura vita in campagna dei mezzadri di allora. Da quella volta lui rifiutò categoricamente di ascoltare favole che non fossero “la sua”. Direi che ebbe molto successo nel tramandare.

Più in generale le storie degli uomini e delle donne sembrano intrecciarsi inevitabilmente con i luoghi che abitano, fino quasi a diventare una cosa sola. I paesaggi non sono semplici scenografie: custodiscono memorie, modellano esistenze e raccontano il rapporto tra l’uomo e la sua terra. In passato nascere sul mare, in montagna o nelle campagne significava spesso crescere con valori, doveri e prospettive diverse ma che finivano per plasmare il carattere di chi abitava quelle comunità. Ha avvertito anche lei, nel raccontare la sua storia familiare, questo legame?

Assolutamente. Mio nonno era un uomo minuto, non particolarmente alto, con un corpo asciutto che non lasciava immaginare la forza straordinaria che custodiva, forgiata dal lavoro e dalle considerevoli difficoltà che la vita gli riservò. Aveva la tenacia di chi è cresciuto con la terra sotto le unghie e ha imparato presto che nulla si ottiene senza sacrificio. Per lui la terra non era soltanto lavoro: era identità, dignità, sicurezza. Era la promessa che, nonostante tutto, ci sarebbe sempre stato il necessario per la sua famiglia. Anche quando il destino lo costrinse a lasciare le Marche e a trasferirsi a Genova, la terra rimase il suo punto fermo, la radice a cui continuò ad aggrapparsi per tutta la vita.

Oggi viviamo nell’epoca della globalizzazione sempre più dominata dagli algoritmi e dall’ultima rivoluzione tecnologica che chiamiamo “intelligenza artificiale”. Il suo lavoro sembra invece compiere un viaggio nella direzione opposta: ci riporta alle nostre origini, a un mondo che non esiste più ma che conserva ancora insegnamenti preziosi. Crede che la riscoperta delle proprie radici e delle storie familiari possa aiutare soprattutto le nuove generazioni a comprendere meglio chi sono e il tempo in cui vivono?

Questa è una domanda molto interessante che tocca un tema cui tengo particolarmente. Mai come di questi tempi sono convinta che le nuove generazioni, che vivono gran parte delle loro giornate in un mondo virtuale, sempre costretti a performare, se possibile alla velocità della luce, ormai incapaci di annoiarsi, debbano acquisire o ri-acquisire consapevolezza delle proprie radici per costruirsi un’identità più solida. Non penso che il progresso tecnologico e l’innovazione siano in contrapposizione con la memoria: il problema non è andare avanti, ma farlo dimenticando da dove veniamo. Viviamo in un tempo in cui tutto corre molto velocemente e in cui le informazioni sono infinite, ma spesso manca il tempo per ascoltare le storie di chi ci ha preceduto. Le nuove generazioni devono sapere che dietro il nostro cognome, i nostri luoghi e persino alcuni valori che diamo per scontati, ci sono persone che hanno lottato, lavorato e sperato perché noi potessimo avere una vita diversa. Non per alimentare la nostalgia di un mondo che non c’è più, ma per riconoscere il valore di ciò che ci è stato consegnato. Nella nota al testo finale cito un brano del discorso dell’attivista indigena guatemalteca Rigoberta Menchù Tum, premio Nobel per la pace nel 1992 che ci invitava a riflettere sull’impoverimento spirituale e morale delle persone prese dalla frenesia di potere e di ricchezza, dall’avidità e dall’egoismo, che si privano della soddisfazione di contribuire a qualcosa di significativo. Per poter migliorare il mondo ciascuno di noi deve prima trasformare se stesso: penso che soltanto attraverso il risveglio delle nostre coscienze e della generosità possiamo iniziare a influenzare positivamente gli altri e la società. Una mia zia che ora non c’è più quando eravamo bambini ci snocciolava massime semplici e potenti che erano delle assolute verità tipo “Non avevamo niente ma avevamo tutto”, “Il poco basta e il troppo guasta” e tutte mi sono rimaste impresse nella memoria. Non avete mai pensato che i veri lussi della vita siano avere un tetto sulla testa, una famiglia che ci ama e degli amici veri sui quali poter contare e con i quali farsi delle belle risate? Il resto è effimero. Non ci serve molto, in fondo arriviamo in questo mondo senza niente e ce ne andiamo allo stesso modo.

Lei porta dentro di sé tre geografie diverse della nostra amata, bellissima Italia: il mare di Genova, la dimensione urbana di Milano e le campagne marchigiane da cui proviene la sua famiglia. Se dovesse raccontare la sua storia attraverso un paesaggio, quale sceglierebbe e perché? Chiederebbe all’intelligenza artificiale di crearne uno ad hoc per lei?

No, posso farlo da sola. Sono nata a Genova, quindi per me Genova è casa o almeno la prima casa, il porto sicuro, il posto dove ritornare. Quando mi sono trasferita a Milano, i primi tempi avevo una sorta di crisi di astinenza se non vedevo il mare per più di una settimana. In realtà a Genova non vivevo vicinissima al mare ma sapevo che era lì ed era abbastanza, quindi senz’altro il mare è una parte importante di me, connessa anche a molti bei ricordi legati soprattutto a mio padre. Milano, dove mi sono inizialmente trasferita per motivi di studio con un’amica, ha rappresentato l’indipendenza, l’avventura, le opportunità, una mia importante evoluzione personale e infine il matrimonio e la stabilità di una famiglia. Le Marche sono le mie radici lontane, il posto della memoria e della pace, dove sto bene. Alla fine non c’è un singolo paesaggio che mi rappresenta, non sempre ci riesco ma cerco di essere nel presente e di godermi quello che la vita mi riserva. Mi piace viaggiare e a volte ho sentito forte la sensazione di appartenenza anche in luoghi dove non ero mai stata prima, tipo il Canyon de Chelly, un’area naturale protetta degli Stati Uniti che si trova nella parte nord-orientale dello stato dell’Arizona, contea di Apache. Quel luogo semplicemente mi tratteneva a sé, chissà forse in un’altra vita ero una Nativa Americana e ciò spiegherebbe la mia grande passione per la storia e la cultura di questi popoli dalla quale tra l’altro è scaturito il mio saggio “L’Altra Scoperta” che ho pubblicato qualche anno fa sempre con Corsiero editore e che in copertina ha proprio una foto di questo luogo. Penso che alla fine casa sia proprio questo: il posto dal quale non te ne vorresti andare e ne possiamo avere anche diverse, come diverse sono le fasi della nostra vita.

Crede che si possa ereditare un luogo allo stesso modo in cui si ereditano un cognome o una storia familiare? Anche quando si nasce si cresce o si lavora altrove, certi paesaggi sembrano continuare a vivere dentro di noi, per questo quasi sempre l’essere umano desidera tornare nei luoghi d’origine o d’infanzia. È successo anche a lei con le Marche?

Credo di sì. Penso che un luogo si possa ereditare esattamente come un cognome o una storia di famiglia, perché non è fatto solo di confini geografici, ma di ricordi, racconti, odori, gesti e persone. Ci sono paesaggi che ci vengono consegnati attraverso le parole dei nostri genitori e dei nostri nonni, proprio come è successo a me con le Marche, e che finiscono per appartenerci, anche se non li abbiamo vissuti ogni giorno. Attraverso i ricordi di mia madre e della mia famiglia, ho ereditato non solo un luogo, ma un modo di guardare il mondo: il rispetto per la fatica, il valore delle radici, la semplicità delle cose autentiche. Scrivere questo libro è stato anche un modo per ritornare lì, per riallacciare un filo che non si era mai spezzato.


A conclusione di questa piacevole chiacchierata, invito i lettori di questo blog a scoprire e sostenere il lavoro e il percorso di questa autrice che attraverso le vicende della sua famiglia d’origine ci aiuta a comprendere meglio la storia, i luoghi e le radici da cui noi tutti proveniamo.

Dove acquistare il libro

  • Corsiero Editore
    Da lunedi 22 giugno, solo sul sito dell’editore è possibile utilizzare il seguente codice LAVAGGI26 per ottenere il 20% di sconto sul prezzo di copertina, valido anche su più libri.
  • Amazon
  • Feltrinelli
    e in tutte le altre librerie d’Italia con consegna in 5 giorni lavorativi.

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Gianluca Storani

Fotografo del territorio

Gianluca Storani è un fotografo specializzato nella paesaggistica e nella valorizzazione del territorio della provincia di Macerata e della regione Marche. Racconta in immagini e parole tutto quanto di più bello incontra, osserva e vive durante le sue sessioni fotografiche. Con lo sguardo costantemente rivolto al paesaggio, potresti facilmente incontrarlo sui crinali delle sue amate colline, da dove trae i suoi superpoteri :)

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